La Vittoria di Samotracia, la più grande scultura del Louvre!
Dal 1884, i visitatori del Louvre hanno potuto ammirare in cima alla scala principale una scultura imponente che misura 2,75 metri, o 5,12 metri quando si misura l'intero monumento: è la più grande scultura esposta nel museo. La figura rappresentata, priva di testa e braccia, è la Vittoria di Samotracia scoperta da Charles Champoiseau nell'aprile 1863 sull'isola di Samotracia.

Dal 1884, i visitatori del Louvre hanno potuto ammirare in cima alla scala principale una scultura imponente che misura 2,75 metri, o 5,12 metri quando si misura l’intero monumento: è la più grande scultura esposta nel museo. La figura rappresentata, priva di testa e braccia, è la Vittoria di Samotracia scoperta da Charles Champoiseau nell’aprile 1863 sull’isola di Samotracia.
«Pietra mussola» fu così che Champoiseau la descrisse a Napoleone III informandolo della sua scoperta. La scultura, di eccezionale finezza, trasmette un senso di straordinario ardore e vitalità. Con la sua base che rappresenta la prua di una nave, è un autentico capolavoro antico, che evoca per l’osservatore una maestosità intrisa di potere che invita a profundire nella sua storia. E dunque approfondiamo!
La rappresentazione di una dea alata
La dea Nike – tradotta come Vittoria – era tradizionalmente rappresentata nell’Antichità come una donna alata. È scolpita qui in marmo pario bianco, e vestita con una tunica lunga di tessuto delicato, con una piega infilata sotto il petto e fissata alle spalle da due bretelle. La parte inferiore del corpo è coperta da un mantello che lascia scoperto il gamba sinistra.
I numerosi effetti di drappeggio e la posizione del mantello, in parte cadente a terra e corto sul retro, suggeriscono un desiderio di rappresentare il vento – o il movimento della dea. E per una buona ragione: il piede destro appena appoggiato a terra e la gamba sinistra ancora in aria ed estesa, tradiscono che la dea Nike sta atterrando proprio ora sulla prua della nave su cui è rappresentata. Non sta camminando, ma ha appena finito il suo volo. Le braccia sono quindi scomparse, tuttavia la spalla destra sollevata rivela che il braccio destro doveva essere esteso o alzato di lato. Per quanto riguarda il braccio sinistro, nessun indizio ci permette di immaginare la sua posizione.
Il significato dell’insieme corrisponde probabilmente a un ringraziamento rivolto ai Grandi Dei dopo una vittoria navale. Il braccio destro potrebbe rivolgere un saluto alla folla, mentre il sinistro potrebbe eventualmente tenere un trofeo di vittoria navale di quell’epoca: uno stylis, una specie di albero della nave nemica.
La base, in marmo grigio venato di bianco, proviene dalle cave di Lartos, a Rodi. Sagomata come una nave da guerra lunga e snella dotata di sperone, è coperta dalla rappresentazione di un ponte di combattimento su cui si erge la statua. Sui lati sono visibili cassette di voga e due file di banchi di voga.
Un’identificazione complessa
Il preciso contesto della creazione della Vittoria di Samotracia è difficile da determinare: nei secoli II e III a.C., le battaglie navali erano numerose in questa regione del mondo. I Macedoni e i Siri-Egiziani affrontarono così gli Egiziani e poi i Rodii, per il dominio del Mar Egeo.
Se la datazione rimane incerta, un indizio potenzialmente ci è lasciato su un tetradramma del generale macedone Demetrius Poliorcetes: il monument rappresentato potrebbe ben essere quello di Samotracia. Da questo, si può immaginare che la battaglia in questione sia quella di Salamina di Cipro, alla fine della quale il re egiziano Tolomeo I fu sconfitto nel 306 a.C.
Per l’archeologo tedesco Otto Benndorf, la Vittoria di Samotracia data dalla fine del IV secolo a.C. e sarebbe stata scolpita da un allievo di Scopas. È solo un’ipotesi che lascia molti specialisti scettici, non essendo state trovate opere di questa magnitudine altrove. D’altra parte, tutti concordano nel trovare una somiglianza tra la Vittoria di Samotracia e l’altare di Pergamo conservato a Dublino, soprattutto nel modo di scolpire i bassorilievi. La nostra scultura non offrendo alcuna firma visibile a parte un frammento sommario, il mistero rimane irrisolto.
Un sito di culto emblematico del mondo greco
Il luogo della scoperta della Vittoria di Samotracia è una curiosità in sé: il santuario dei Grandi Dei, uno dei principali santuari panellenici, sull’isola di Samotracia. Situato in immediata vicinanza della città eponima, mantiene tuttavia la sua independenza: ambasciatori dalla città venivano inviati durante eventi importanti.
Il culto praticato a Samotracia era riconosciuto in tutto il mondo greco, e molte figure importanti vi furono iniziate: Erodoto, i re di Sparta, eminenti ateniesi. Platone e Aristofane ne fanno anche menzione nei loro scritti.
Il santuario precede l’arrivo dei Greci sull’isola (nel VII secolo a.C.), e le divinità venerate sono per lo più ctoniche e raggruppate attorno a una figura centrale, la Grande Madre – una donna rappresentata con un leone accanto sulle monete di Samotracia. Ella è assimilata alla Madre degli Dei del Monte Ida, così come alla dea greca della fertilità Estia. I nomi delle divinità presenti sono segreti – era vietato pronunciarli nel mondo profano – e la loro natura rimane in gran parte enigmatica. Quella della Grande Madre ci è stata rivelata da Erodoto: Axiéros, che significa «Il Degno».
Altre divinità presenti sono state associate dai Greci ai propri dei, per venerarle in questo luogo particolare. Così, Ecate e Afrodite, sotto il nome di Zerynthia, furono staccate dal culto della Grande Madre per essere venerate dai Greci. Kadmylos, marito di Axiéros, fu assimilato a Ermes. È accompagnato da demoni maschili, i Cabiri, probabilmente all’origine degli eroi leggendari fondatori dei misteri di Samotracia e diventati per i Greci i Dioscuri, protettori dei marinai. Infine, una coppia di dei infernali, identificati con Ade e Persefone, potrebbe non appartenere al pantheon pre-greco originale.
La Vittoria di Samotracia, all’interno di questo ensemble, è considerata un’offerta fatta ai Grandi Dei in ringraziamento per una vittoria navale. La dedica è probabilmente rodia piuttosto che macedone, se si considera l’origine dei blocchi di marmo che costituiscono in particolare la prua della nave.
L’ultimo restauro della Vittoria di Samotracia ha avuto luogo nel 2014, senza che la scultura fosse spostata più di qualche dozzina di metri: si deve dire che la dea e la sua base sono composte da non meno di 200 blocchi di marmo, per un peso di 29 tonnellate! L’emozione rimane intatta quando la si scorge, che accoglie majestosamente il visitatore come un tempo i pellegrini. Visitatela di persona, meraviglia garantita!


