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Le Nozze di Cana: un banchetto che sfida le convenzioni!

Commissionata nel 1562 da un monaco benedettino del monastero di San Giorgio Maggiore a Venezia, l'opera Le Nozze di Cana fu commissionata per decorare il refettorio. Il contratto stabilisce sorprendentemente che il suo pittore Paolo Veronese "può includere quante più figure possibili".

Le Nozze di Cana

Commissionata nel 1562 da un monaco benedettino del monastero di San Giorgio Maggiore a Venezia, l’opera Le Nozze di Cana fu commissionata per decorare il refettorio. Il contratto stabilisce sorprendentemente che il suo pittore Paolo Veronese “può includere quante più figure possibili”. Divenuta patrimonio francese a seguito della prima campagna d’Italia di Napoleone e della firma del Trattato di Campoformio, il Muséum central des arts – oggi il Louvre – ne entrò in possesso nel 1798. Uno sguardo alle specificità di un’opera maestosa in tutti i sensi.

Un capolavoro di dimensioni straordinarie per una storia miracolosa

La creazione di Paolo Veronese non smette mai di stupire, in primo luogo per le sue dimensioni: 6,77 per 9,94 metri, che la rendono uno dei dipinti antichi più imponenti delle collezioni del Louvre, se non della Francia.

Questa dimensione ospita niente meno che 130 figure dai colori vivaci. La scena rappresentata è un episodio del Nuovo Testamento. Gesù e sua madre Maria sono invitati alle nozze e ne occupano il centro al posto degli sposi, circondati da discepoli, principi e aristocratici, gente comune e servitori. Gli sposi possono essere trovati seduti – relegati? – alla fine del tavolo.

È in questa occasione che Gesù, coronato dal suo alone fiammeggiante, compie il suo primo miracolo: trasformare l’acqua in vino quando questa viene a mancare. In basso a destra del dipinto, si può vedere il servo che versa vino da un vaso di pietra normalmente riempito d’acqua, in un contenitore destinato al vino. Il maggiordomo di casa, elegantemente vestito di seta, guarda con disbelief il suo bicchiere riempito di vino che gli viene porto dal suo assistente contabile, riconoscibile per il suo bastone rosso. Sa bene che non ha pagato questo vino.

L’anacronismo era comune all’epoca, e troviamo Gesù in un contesto e circondato da figure tipiche del XV secolo. Tra queste, si possono riconoscere contemporanei dell’artista, come i pittori Tiziano e Bassano.

Una sfida interpretativa

A prima vista, l’opera di Paolo Veronese sembra intesa a scioccare la morale cristiana. La presenza di Gesù e Maria in mezzo a un’assemblea disparata e colorata solleva interrogativi sul rispetto loro mostrato, tanto più che l’opera era destinata alla sala comune di uno studio più attento.

Uno studio rivela che Gesù è davvero il centro dell’intera scena, e l’unico personaggio a fissare direttamente lo spettatore con uno sguardo impregnato di profonda riflessione. Tutte le linee convergenti del dipinto portano a Gesù, al centro ma come se fosse esterno alla scena, un osservatore che ci interroga sul nostro rapporto con la situazione, si potrebbe immaginare.

Il pittore ha anche rispettato, nella forma, le credenze religiose: se gli ospiti a sinistra banchettano abbondantemente, i monaci a destra hanno i piatti vuoti e non devono aver mangiato molto, prova che non hanno ceduto al peccato di gola.

Infine, il cielo occupa un vasto spazio nel dipinto, come per significare che l’essenziale sta altrove che nella celebrazione mondana. Gli sposi, che sembrano congelati tra gli altri ospiti in agitazione, possono sollevare la questione della presenza di un vero amore nei sorrisi scambiati dagli ospiti della scena. Si può pensare a una denuncia della superficialità e a un invito a tornare alle cose semplici.

Il simbolo del potere e della decadenza

Venezia era all’epoca il luogo più raffinato dell’Occidente, cosa che Paolo Veronese sembra anche desideroso di evidenziare, attraverso il festino sontuoso ma non solo quello.

Un centro del commercio mediterraneo e porta d’accesso all’Oriente, produttrice dei più bei vetri, ogni dettaglio della scena evidenzia l’apice del potere di Venezia. Sono quindi presenti al banchetto personaggi che indossano turbanti, un pappagallo, un servo africano, a dimostrazione dell’influenza lontana della città. I vetri di Murano che contengono il vino miracoloso sono visibilmente molto fini.

Si nota anche, tra i musicanti presenti in primo piano e che possono rappresentare Paolo Veronese stesso così come il suo giovane fratello, circondati dai summenzionati pittori veneziani, altri dettagli che suggeriscono il declino di Venezia già iniziato all’epoca.

La clessidra che si esaurisce sembra un simbolo che le feste sontuose debbano presto cessare. Per quanto riguarda i cani, appaiono come un simbolo della malinconia.

Combinando questa interpretazione con il miracolo di Gesù, si può pensare che Cana sia il punto di partenza che porta alla catastrofe: la fine della supremazia veneziana nel XV secolo, e il primo passo che porta alla croce per Gesù una volta che aveva mostrato i suoi doni miracolosi.

Collocata nella stessa sala della Gioconda al Louvre, Le Nozze di Cana appare come un’opera maggiore per tutta la Cristianità. Un recente restauro – effettuato sul posto poiché le dimensioni del dipinto rendevano delicato qualsiasi trasporto – ha ripristinato tutto il suo splendore.

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